sabato 1 marzo 2014

Pietro Ciabattini: Coltano 1945. Un campo di concentramento dimenticato.

 
IL LIBRO – Nella primavera del 1945 gli americani allestirono, in Toscana, alcuni campi dove rinchiudere soprattutto prigionieri di guerra tedeschi e italiani della RSI. In questo libro, uno dei protagonisti di quegli eventi racconta il dramma di chi fu “ospite” a Coltano, vicino a Pisa, ricostruendo la storia dimenticata di un vero e proprio lager dove gli americani sino alla fine di agosto, e poi gli stessi Italiani, tennero segregate in condizioni molto dure più di 30.000 persone. L’Autore, oltre a descrivere la propria esperienza, tenta un bilancio delle vittime morte per la fame, i maltrattamenti e le malattie; una ricerca storica puntigliosa e tenace, resa difficile dall’omertà dei vincitori, che rivela una delle pagine più buie dell’immediato dopoguerra.
DAL TESTO – “Non è da dimenticare quanto gli americani amassero provocarci per la grande fame che avevamo; più di una volta suonarono l’adunata ad ore strane del giorno e della notte per farci correre a prendere un bicchiere di tè o infuso di tiglio che fosse, certi che non avremmo rinunziato a nulla. Ridevano insieme ai tedeschi nel vederci nuovamente inquadrare sotto il sole o al buio, consapevoli della nostra difficoltà di entrare ed uscire velocemente dalle tende, dovendo anche aiutare i commilitoni in difficoltà.
“Nessun segno di pietà e umanità verso quei relitti umani che, soldati come loro, avevano il torto di essere stati vinti dopo quattro anni e mezzo di dura guerra. ”
Bene in vista, sulla facciata di una casa poderale qualcuno aveva tracciato con un pennello questa frase: «Meglio pecore al pascolo che leoni in gabbia»”.
L’AUTORE – Pietro Ciabattini è nato nel 1926 a Siena, nella contrada della Pantera. Nel 1943 lasciò gli studi per arruolarsi nella MVSN, seguendo le sorti della Repubblica Sociale Italiana. Alla fine del conflitto venne internato nei campi di concentramento americani e italiani di Scandicci, Coltano e Laterina.
INDICE DELL’OPERA – Prefazione, di Franco Bandini – Premessa – I. La geografia dei campi – II. In viaggio per Coltano – III. Il PWE 337 – IV. Arrivano gli italiani – V. Il dopo – Conclusioni – Indice dei nomi

I campi di internamento di Coltano
“meglio pecore al pascolo che leoni in gabbia”
“Non è da dimenticare quanto gli americani amassero provocarci per la grande fame che avevamo; più di una volta suonarono l’adunata ad ore strane del giorno e della notte per farci correre a prendere un bicchiere di tè o infuso di tiglio che fosse, certi che non avremmo rinunziato a nulla. Ridevano insieme ai tedeschi nel vederci nuovamente inquadrare sotto il sole o al buio, consapevoli della nostra difficoltà di entrare ed uscire velocemente dalle tende, dovendo anche aiutare i commilitoni in difficoltà. Nessun segno di pietà e umanità verso quei relitti umani che, soldati come loro, avevano il torto di essere stati vinti dopo quattro anni e mezzo di dura guerra. Bene in vista, sulla facciata di una casa poderale qualcuno aveva tracciato con un pennello questa frase: «Meglio pecore al pascolo che leoni in gabbia»”. ( da: Ciabattini P., Coltano 1945. Un campo di concentramento dimenticato, Ed. Mursia 1995)
 
“In Toscana il primo campo di concentramento alleato fu costruito con baracche di legno e metallo nella Caserma dei Lupi di Toscana a Scandicci. Gli Alleati, però preferirono costruire le altre strutture detentive nel territorio pisano, per motivi logistici e per la vicinanza al comando generale dei campi, l’MTO-Usa Prisoner War di Livorno. Questi campi, sorgevano a San Rossore, a Metato e nella tenuta di Coltano, proprietà dell’Opera Nazionale Combattenti”.
Mentre il campo di internamento 4 era, appunto, a Scandicci ed il 339 a S. Rossore, i cosiddetti pwe 336,337 e 338 furono allestiti a Coltano, in provincia di Pisa e gestiti dalla 92^ divisione “Buffalo” della 5^ armata U.S.A. da maggio a fine agosto 1945.

Una curiosità storica: i soldati della “Buffalo” erano in gran parte neri. Le origini di questa divisione risalivano alla Guerra di Secessione. All’interno della divisione c’erano anche soldati di altre etnie, come filippini, ebrei, nativi americani.
I tre campi ospitavano, si fa per dire, militari italiani, tedeschi, russi e slavi.
In particolare, il pwe 337 raccolse, oltre a civili, ben 35.000 militari italiani della
R .S. I. : secondo le fonti ufficiali, qui furono internati 3.472 ufficiali dell’esercito, 359 civili, 24.717 soldati di truppa, 994 prigionieri che dichiaravano di essere partigiani e 2.506 disertori.

Tra i prigionieri, personaggi noti : Walter Chiari, Enrico Maria Salerno, Raimondo Vianello, Enrico Ameri (giornalista), Luciano Salce (regista), Mirko Tremaglia e Giuseppe Turini (politici), Giuseppe Dordoni (podista olimpionico) e Giovanni Prodi.
Ezra Pound , invece, accusato di collaborazionismo, non fu detenuto a Coltano, come riferisce buona parte della storiografia, ma in un campo per internati americani a Metato (fra Pisa e Viareggio)- (cfr. Hugh Kenner, The Pound Era, London 1972, p. 472.)
Altri ancora, pur meno o per nulla noti, furono a Coltano : come Pietro Ciabattini il cui libro- testimonianza : “Coltano 1945: un campo dimenticato”, edito da Mursia nel 1995 resta forse nell’ambito della storiografia italiana scritta l’ unico testo sistematico che ne parli nei diversi aspetti; o come mio zio Giovanni Spadini, tenente G.N.R. a Breno internato nel maggio del 1945 e rimesso in libertà l’8 ottobre dello stesso anno, in condizioni –limite.
La verità su Coltano è certamente racchiusa nei ricordi e nelle testimonianze di chi ha vissuto quell’esperienza , negli archivi americani – ammesso che ve ne sia rimasta traccia scritta- e nei ritrovamenti del 1964 nell’ora campo sportivo di Castel Fiorentino, utilizzato allora come cimitero clandestino ove raccogliere parte delle salme provenienti da Coltano.
In quel luogo ed in quell’anno , infatti, una bonifica riportò alla luce i corpi rimasti ancora prevalentemente senza nome di almeno 0 persone.
Pur non molti testimoni italiani, ex internati, hanno comunque descritto la propria esperienza, vissuta e raccontata in modi differenti.
Alcuni in modo sistematico e storico, come Ciabattini,defunto il 10 giugno di quest’anno, altri in modo maggiormente evocativo ed emotivo, affidandosi anche a poesie e racconti composti in notturna nel campo stesso, come Cesare Tessoni e Franco Landini, mio conterraneo ostigliese, di cui ho potuto leggere ed apprezzare il memoriale, distribuito in forma privata e formato da quattro volumetti manoscritti.
I più sono invece rimasti assolutamente muti o silenziosi,come mio zio, che non parlò mai in vita di questa esperienza perché indicibilmente dolorosa. Solo un giorno a tavola ebbe un moto di autentica rivolta e profonda repulsione nell’allontanare un contorno di carote che non mangiò mai più, in quanto “ricordo di Coltano”. Cosa abbia egli passato non lo volle mai riferire.
La fedeltà alla Repubblica Sociale Italiana cui aderì volontario, come giovane ufficiale classe 1924, l’esperienza di Coltano e infine la condanna ed esecuzione del padre Maggiore Ferruccio Spadini nel febbraio del ‘46,lo fecero poi decidere di scontare consapevolmente una pena detentiva nel carcere militare di Peschiera a seguito della volontaria renitenza alla leva- richiamato dalla nuova Repubblica italiana democratica- della quale non riconobbe la giustizia .
Va ricordato che l’esistenza di Coltano fu taciuta all’opinione pubblica italiana fino al 31 agosto 1945, data nella quale gli Alleati trasferirono alle autorità italiane, quindi ai cosiddetti badogliani, la giurisdizione sul campo stesso, che restò comunque operativo fino all’ottobre 1945, sgombrato interamente nel mese di novembre.
“ Il 28 agosto del 1945 la gestione del campo fu affidata alle autorità italiane sotto il controllo del 3° Reggimento Guardie, con la direzione del Colonello Francesco Marinai. A partire da questa data furono numerosi i familiari degli internati che, provenienti da varie parti d’Italia, si recarono a Coltano per chiedere notizie dei propri cari e la loro liberazione, mentre le autorità locali e le rappresentanze ecclesiastiche si rivolsero alla Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché risolvesse la ingestibile situazione del campo.
Il 20 settembre successivo, il Ministero dell’interno dispose la costituzione di una Commissione che si occupasse di esaminare la posizione degli internati nel campo. Il 24 seguente il Prefetto della Provincia di Pisa nominò la Commissione, che a sua volta costituì altre 41 sottocommissioni delle quali 36 militari, che iniziarono immediatamente ad analizzare la situazione nel campo.
In un mese furono liberate circa 30.000 persone, mentre altri 2.700 internati furono trasferiti in altre strutture: 1.637 furono inviati al campo di Laterina (AR); 45, tra ufficiali, generali e colonnelli vennero trasferiti a Forte Boccea a Roma; 187 militari della marina furono destinati al campo di Narni; 251 ricercati dal centro di controspionaggio di Firenze e 246 ricercati da varie Questure furono rimpatriati con foglio di via obbligatorio. Risultano, inoltre, ben 313 le persone prelevate da varie Questure per rispondere di reati e crimini di guerra, ed una prelevata dal centro di controspionaggio di Firenze”.
Queste le notizie che, nude e crude, possono essere sommariamente sintetizzate in base ai documenti conservati nell’Archivio storico di Pisa.
Nel famigerato pwe 337 di Coltano sembra siano avvenuti decessi per fame, per omicidio, per torture inaudite in violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione dell’Aja, occultamento di cadaveri , sevizie impensabili quale quella della cosiddetta “fossa dei fachiri” e , come ricorda Ciabattini, molti furono gli internati italiani morti di stenti nell’ospedale da campo n°99 WQ06 o nel n°650.
In assenza di una pluralità di testimonianze veramente articolate che permettano alla storiografia più recente di registrare date, nomi e fatti, non essendo rintracciabili a tutt’oggi documenti probanti le nefandezze commesse in questi campi, il Tempo si è appropriato del ricordo e ne è sceso l’oblio fino al 1995, data dell’uscita del libro di Ciabattini, che ebbe il merito di riproporre all’opinione pubblica il ricordo di questo luogo dimenticato, pur prestando in questo modo involontariamente il fianco a nuove polemiche, a nuove contestazioni e a -purtroppo- rinnovate brutture.
Tra queste l’accanimento vandalico al monumento- cippo eretto in onore degli internati e caduti di Coltano , voluto da Ciabattini stesso, che si battè per ottenerne il pubblico riconoscimento; edificato nel 1996, inaugurato il 22 settembre di quello stesso anno , subito imbrattato di scritte ingiuriose ed offensive della memoria ,poi divelto e frantumato sabato 5 ottobre 1996 ad opera di un gruppo di anarchici dichiaratosi “Macchia Nera” ed alla fine rimosso e sostituito con copia in plastica, trasportabile, da esibire pubblicamente solo durante le cerimonie.
Nell’autunno del 1997 il questore di Pisa vietava con ordinanza pubblica ai reduci di commemorare nei pressi della Pineta delle Serre (ove si estendeva il campo), facendo firmare ai reduci organizzatori un verbale di prescrizione col quale si diffidava i partecipanti ad esibire labari, insegne, bandiere, nastrini e medaglie.
Nel 1999 fu però aperto dalla Procura militare di La Spezia un fascicolo giudiziario sulle presunte esecuzioni sommarie a carico della 92^ divisione “Buffalo”, a seguito delle denunce di Ciabattini e a cura del Procuratore della Repubblica dott. Giovanni Bolla di cui attualmente non ho potuto rintracciare alcuna ulteriore notizia .
Tutto è trasportabile, rimovibile, convertibile in plastica, perfino un piccolo monumento al ricordo. Quello che è invece inamovibile è quanto vi sta dietro: il valore, il valore delle testimonianze e del silenzio, il valore di soldati che credevano in ideali non trasportabili, non rimovibili e non convertibili e per questo sono rimasti al loro posto anche nella prigionia e, forse, certa storia li ha condannati proprio per questo.
In totale discordanza con quanto detto finora vi sono infatti ben altre dichiarazioni di storici, come il prof. Michele Battini, docente di storia contemporanea all’Università di Pisa e membro del comitato scientifico nazionale degli Istituti storici della Resistenza, secondo la cui opinione paragonare il campo di Coltano a un lager non è possibile in nessun caso.
Esempio che potrebbe confermare questo fatto è il caso del giornalista Mauro De Mauro, giovanissimo nella Decima Flottiglia Mas, il quale riuscì a fuggire dal campo di Coltano, approfittando di un momento di confusione generato dalle visite dei parenti dei detenuti ed anche il caso di Giovanni Prodi, fratello dell’ex presidente del consiglio, la cui testimonianza è rintracciabile nell’ultimo libro di Pansa e che farebbe pensare a Coltano come ad un grande palcoscenico, ove gli internati cantavano, ballavano, recitavano ed ascoltavano e componevano poesie. Poco meno quindi di una colonia estiva o di un villaggio turistico,insomma, ove era possibile acculturarsi gratuitamente per colmare eventuali lacune nella preparazione scolastica.
Dal ricordo di Giovanni Prodi:” Ci sarebbero tante cose da raccontare riguardo alla mia prigionia, che si protrasse per tutta l’estate del 1945: può darsi che mi decida a ripassare qualche ulteriore ricordo.
Comunque, qui voglio accennare all’aspetto che mi sembra il più importante. Nel nostro settore del
campo veniva celebrata ogni giorno la Messa. Circolavano ottimi libri di spiritualità cristiana.
Ripensando alle mie vicende, vedo l’importanza di questo lungo periodo di “Esercizi spirituali”
situato tra l’adolescenza e la piena giovinezza. In quel periodo stabilii anche amicizie che durarono
a lungo. Quei mesi non furono del tutto sprecati neppure sotto il profilo degli studi. Infatti la
mancanza di maestri e di libri mi spinse a spremere il massimo dalle poche nozioni che avevo
potuto apprendere occasionalmente».
Secondo poi la documentazione dell´Archivio di Stato di Pisa, dove si trovano le testimonianze del prefetto per la liberazione di Pisa e del comandante italiano del campo: «Le autorità alleate ebbero in realtà un atteggiamento estremamente benevolo nei confronti dei prigionieri». La dimostrazione di questo è nel fatto che: «la stragrande maggioranza degli internati a Coltano fu rilasciata nel giro di pochissime settimane, mentre soltanto qualche centinaio fu trattenuto per accertamenti giudiziari».
I documenti testimoniano di come le famiglie avessero perfino la possibilità di visitare gli internati. E a ottobre il campo risultava già completamente vuoto. Il che non significa, dice Battini: «che le condizioni di vita dei detenuti non fossero difficili», ma non bisogna dimenticare: «che in quel periodo la vita era durissima per tutti». E quindi, conclude lo storico: «paragonare a un lager un campo smantellato in tre mesi e i cui prigionieri furono quasi tutti liberati, non può che suonare come un´offesa a chi ha patito le atrocità dei veri lager nazisti e fascisti presenti anche in Italia».
Da cultrice della Storia , ponendo il semplice fatto davanti agli occhi del lettore o alle orecchie dell’ascoltatore, posso trasmettere la testimonianza di mia nonna e di mio padre, riguardo le effettive condizioni di mio zio Giovanni uscito da Coltano, a cui per mesi non fu possibile- a seguito delle torture subite- distendersi su un letto e che per lungo tempo fu medicato e assistito dalla madre.
Non ho notizia, invece, riguardo il miglioramento durante la prigionia a Coltano della sua cultura generale o della certa possibilità che ebbe -secondo le fonti accreditate- di rinverdire i ricordi delle nozioni giovanili, già comunque apprese nel liceo classico da lui frequentato e non sarei una cultrice della Storia se parlassi di fatti non verificabili.
Così mi pare,invece, siano cultori di una storia fortemente intrisa di giudizi parziali coloro che dichiarano la “leggerezza” della prigionia coltanina: ma di pesi e misure differenti è perfino inutile parlare, per non finire poi a commettere gli stessi errori di valutazione dei fatti nella quale incorrono coloro che hanno saputo giudicare persino l’onorevole e dignitoso silenzio dei forti, o le scelte valoriali e di campo consapevoli.
Ai prigionieri dei campi di Coltano, morti e vivi, e a tutti i Militari Repubblicani restino in dedica queste poche righe di sintesi,insieme alla certezza che in tempi ove la coerenza non paga, c’è comunque chi ancora si batte come può per riconoscerne tutto il valore.
 
 
 
 
 

OLTRAGGIO A COLTANO- Quando la memoria fa paura
Alessandra Colla

Alla fine di aprile del 1945, mentre l’Europa bruciava l’Italia conosceva i momenti più bui della sua storia millenaria, i liberatori americani si premuravano di costruire un ennesimo campo di prigionia in quella bella terra di Toscana allora insanguinata dalla fine di un’epoca. Il primo campo di concentramento per prigionieri di guerra in Toscana fu il PWE 334, a Scandicci (Firenze). Il PWE 339 sorse a San Rossore; i PWE 336, 337 e 338 vennero allestiti nella tenuta di Coltano (Pisa). Erano tutti destinati ad ospitare prigionieri militari tedeschi e italiani, appartenenti alle FFAA e ad altre formazioni militari della RSI. Il PWE 337, però, si distinse subito per l’eccezionale durezza delle condizioni di vita imposte dai vincitori. Condizioni di vita: ma dovremmo dire piuttosto di mera sopravvivenza, ai limiti del più elementare istinto di conservazione. Furono troppi quelli che non ce la fecero. Ecco, al riguardo quanto dice Pietro Ciabattini, che in quel campo fu internato: «Il 25 luglio 1945 tutti i prigionieri italiani concentrati nei vari PWE in Toscana erano già stati fatti affluire nel PWE 337, più conosciuto come “campo di Coltano”. «La sua triste esistenza fu taciuta all’opinione pubblica fino a metà settembre del 1945, dopo che gli americani il 30 agosto avevano trasferito alle autorità italiane la giurisdizione su quel campo di prigionia. «Solo allora la stampa italiana si interessò di ciò che avveniva dietro quei reticolati in quella torrida pianura pisana, descrivendo la misera esistenza di migliaia di esseri umani, scalzi, nudi, laceri, malati e bisognosi di tutto, senza che nessuna autorità si decidesse ad addivenire ad una rapida soluzione del problema. Descrivere la disgraziata vita del PWE 337 è compito arduo nel timore di non essere creduto, ma più arduo è riuscire a convincere che ciò accadde davvero a prigionieri di guerra di un esercito ricco e vittorioso, e a conflitto ormai cessato. [...] I giornali si sbizzarrirono per una settimana a scrivere sulla drammatica vicenda di quei prigionieri, ma dei numerosi e misteriosi decessi per uccisioni, malattie e stenti nessuno ne scrisse una parola. Molti morirono nei “campi”, nel “lazaret”, altri nell’Ospedale da Campo n. 99 WQ06, o nel 650 di riserva per militari italiani. Anche al Sanatorio, all’ospedale Militare di Livorno e al Manicomio di Volterra ci furono numerosi morti, ma i relativi documenti o non sono visibili o non esistono più. «Nessuno, tranne gli archivisti USA, conoscerà mai il numero dei deceduti di Coltano. Mistero e silenzio anche sui luoghi dove venivano sepolte le salme. [...] E’ certo che, a distanza di cinquant’anni, sui decessi di Coltano, esiste ancora il “top secret” e anche da parte delle autorità preposte non vengono fornite notizie precise» (P. Ciabattini, Coltano 1945. Un campo di concentramento dimenticato, Mursia, Milano 1995).Parole dure, parole vere: lo stesso discorso si potrebbe applicare a molte altre realtà della seconda guerra mondiale, ugualmente lasciate nell’ombra di una menzogna consapevolmente criminale. Qualcosa, negli ultimi anni, si è mosso: un’aria diversa, un atteggiamento di maggiore apertura, la voglia di guardare con occhi nuovi a un passato non poi così vecchio… O così sembrava. Tant’è che finalmente, dopo anni di impegno da parte dei reduci di Coltano, quest’anno si è riusciti a consacrare quel terreno maledetto da tante famiglie edificandovi un “Campo della Memoria”: il 22 settembre 1996 -lo annunciavamo anche noi nel numero 16 di questa rivista- si svolgeva la cerimonia di inaugurazione del Campo (di cui si vede un’immagine alla pagina precedente). Quello che è accaduto subito dopo il 22 settembre, è documentato nelle altre foto di queste pagine: i monumenti lordati, ricoperti di scritte ingiuriose, il cippo (che compare nella foto di apertura all’atto dell’inaugurazione) divelto e poi frantumato, nel pomeriggio di sabato 5 ottobre, alle 16, davanti agli occhi della Digos, in aperto oltraggio alle istituzioni. Autori del discutibile gesto, gli anarchici di “Macchia Nera”. Anarchici? Difficile pensare che gli eredi di pensatori raffinati come Max Stimer, Proudhon o Michail Bakunin si siano abbandonati a gesti di vandalismo puro e semplice nei confronti della più tradizionale espressione di pietà umana: l’omaggio alla memoria dei morti, dei propri morti. Ma forse la memoria che si voleva onorare a Coltano non era soltanto il ricordo dei tanti italiani che non lasciarono il PWE 337 da vivi. Forse a Coltano si è commesso l’imperdonabile errore di voler resuscitare i fantasmi di un’epoca finita – cosi pare nel 1945: nel nostro mondo di velocità e di inconsistenza, il restare cosi tenacemente attaccati alla concretezza di un tempo e di un’idea appare quasi come una colpa. Può darsi che così stiamo volando troppo alto; può darsi che invece i fatti di Coltano siano soltanto l’ennesima testimonianza di quel degrado morale, culturale, storico ed estetico che da anni sommerge la repubblica italiana. Inutile interrogarsi sulle cause, prossime o remote, di questo degrado: finiremmo troppo lontano. E invece vogliamo restare qui, vicini, vicinissimi alla Coltano reale e alle mille Coltano ideali che ancora costellano la storia e la memoria degli italiani.





 
 
Barbara Spadini
Fonte art.
http://athenasophia.bloog.it




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